Si sarebbe dovuta dirigere a Mosca, secondo quanto emerso dalle indagini sull’attentato di ieri a Volgograd, la donna che ieri si è fatta saltare in aria su un autobus di linea nella città a sud della Russia. Non sono però ancora note – e forse non lo saranno mai – le ragioni per le quali Naida Asiyalova, questo il nome della donna-kamikaze, ha deciso di scendere dal pullman che la stava portando nella capitale russa, per salire subito dopo su un altro autobus, in cui si fatta saltare in aria uccidendo oltre a se stessa altre sei persone.
Secondo quanto si apprende, la donna aveva addosso circa 600 grammi di tritolo, che in un luogo chiuso come un autobus ha avuto un effetto devastante. A suffragare l’ipotesi di un viaggio verso la capitale russa, c’è un biglietto di viaggio ritrovato sul luogo dell’attentato con partenza da Makhachkala, la capitale del Daghestan, e arrivo appunto a Mosca.
Quello delle cosiddette “fidanzate di Allah” è un fenomeno che nel primo decennio del terzo millennio ha sconvolto l’intera Russia con attentati che hanno causato centinaia di vittime non solo nelle regioni del Caucaso, ma anche a Mosca. Nel 2004 è apparso anche in Italia un saggio molto interessante, scritto da una giovane e coraggiosa giornalista russa, Julija Juzik, intitolato proprio “Le fidanzate di Allah”, in cui viene raccontata la vita di molte giovani cecene che hanno deciso di farsi saltare in aria.
Tra queste, vanno annoverate quelle che hanno fatto parte, nell’ottobre 2002, del commando che prese in ostaggio 850 civili al teatro Dubrovka di Mosca e che venne sterminato da un’eclatante irruzione delle forze speciali russe Specnaz, che pomparono gas chimico negli impianti di riscaldamento dell’edificio, uccidendo anche 129 ostaggi.
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